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Dal genio di Miyazaki un'altra piccola opera d'arte da
incorniciare: il maestro giapponese dell'´animazione, già vincitore a Berlino
2002 con "La città incantata", t´immerge subito in quell'atmosfera fiabesca e
surreale che è il suo marchio di fabbrica.
Nel nuovo film animato di Miyazaki convivono tradizione e sorprese. Torna
l´impagabile mix di fantasticheria, romanticismo e comicità; come si ripresenta
lo straordinario lavoro sul colore, le luci e le ombre che rende quello del
regista di Tokyo un universo totalmente a parte che ci immerge nella semplicità
della filosofia orientale (amore, morte, coraggio) e nella sua affascinante
inafferabilità (almeno per noi occidentali).
L'inizio, anche esteticamente, ricorda il candore di Heidi e Candy Candy
minacciato dall'ombra di immense aeronavi da combattimento alla Capitan Harlock.
C'è poi un evidente richiamo al "Mago di Oz": uno spaventapasseri dalla testa di
rapa con la pipa e una sola gamba di legno, saltellante per la campagna fiorita,
generoso viandante pronto a correre in aiuto della incanutita Sophie.
La pellicola racconta appunto la storia della cappellaia Sophie che, in una
delle sue rare passeggiate per la città incontra il mago Howl, un ragazzo
bellissimo che conosce le formule più strane e dispone dei poteri più bizzarri
compresi quelli per far muovere il suo castello su delle strane zampe di
gallina. Ogni volta che si spalanca la porta del castello vagabondo, il
paesaggio muta. Siamo sempre da un'altra parte, dislocati, disorientati. Si
aprono così nella tela della vicenda, mondi su mondi e ogni invenzione ne porta
un'altra in un carosello di infinite possibilità.
È tutta una costellazione di soggetti e oggetti ai margini della storia, la
«cornice» del quadro più che la scena madre, la frenesia dei più piccoli (il
cagnolino decrepito, la fiammella Calcifer, così come ne "La Città Incantata"
c'erano le teste rimbalzanti e gli animaletti volanti), che agiscono fuori dai
riflettori, a dare impulso al cinema di Miyazaki e a dargli un'impronta così
unica e personale .
Il film è un po' più difficile del precedente "La città incantata", perché meno
narrativo e più onirico(forse un po' troppo). Personalmente ho apprezzato di più
la prima perché sono rimasto completamente affascinato dall'atmosfera surreale
che aleggiava e dai personaggi fantastici tipicamente appartenenti alla
mitologia orientale (lo spirito del fiume, il drago ecc.). Sebbene i due film
abbiano tra loro alcuni aspetti in comune come la similitudine di alcuni
personaggi: il drago (o uccello nel secondo) ferito; la protagonista che è
sempre femminile (lo è anche in altri suoi film invero) e che ricorda moltissimo
la protagonista del cartoon 'Anna dai capelli rossi', una creazione di Miyazaki
(mi sono documentato n.d.r.); gli spettri blobbiformi assolutamente unici.
Dire che "Il Castello errante di Howl" sia un film contro la guerra è
semplicemente riduttivo. E' vero che il motivo conduttore è l'orrore per la
guerra, profondamente sentito, ma questi s'intreccia con i temi del pregiudizio,
il cinismo del potere, la necessità di stabilire relazioni umane fuori dalla
logica comune: una lieve vena nostalgica pervade il film, come se coloro che
scelgono d'essere diversi fossero costretti ad errare, in continua fuga come il
grottesco ma rassicurante Castello di Howl.
Affermazione chiave del capolavoro di Miyazaki, il genio dell'animazione
contemporanea, premiato a Berlino (come detto) e poi a Los Angeles con l'Oscar
per il suo Spirited Away: è inutile vivere, se non c'è la bellezza e se il cuore
è stato venduto semplicemente per annientare il nemico.
Miyazaki costella le sue favole di esseri in bilico con la fantasia occidentale
in un mix stupefacente di misterioso e sacro, di comico e tragico. Spettri
giapponesi e figure in metamorfosi distillate dal pensiero scintoista
s'incontrano con le figure nate dalla penna della scrittrice inglese Diana Wynne
Jones, suo è il romanzo d'origine riscritto da Miyazaki.
Infatti, se i personaggi principali osservano i rigidi canoni tipologici
giapponesi (vedi le serie televisive), nelle scenografie e nelle «comparse»
Miyazaki rende invece un inaspettato omaggio al meglio della tradizione
occidentale, come alcune scenografie dell'ottimo cartoon francese d'autore
"Appuntamento a Belville". Proprio quest'ambientazione europea delle
scenografie, potrebbe essere un omaggio al paese che oggi più si oppone alla
guerra (n.d. Davide).
Unico neo del film il finale a mio modesto avviso un po' affrettato e confuso.
Ma senza dubbio è un film che vale la pena vedere, che affascina come il
castello errante del titolo. Personaggi riusciti e ben caratterizzati, come il
fuoco parlante Calcifer, lo spaventapasseri Rapa e la protagonista, Sophie.
Alterna momenti divertenti, di un umorismo affatto scontato - diverso da quello
a cui ci hanno abituato certi cartoni animati hollywoodiani - a momenti
toccanti, senza mai cadere nel melenso. Una fiaba meravigliosamente senza tempo
che lascia lo spettatore incantato e più di una volta senza fiato.
Autore:
Carlo Gualdi |